il wto è fallito
India e Cina rifiutano la proposta americana su agricoltura e industria e gli Stati Uniti sbattono la porta
I Paesi emergenti hanno visto gli effetti dell’apertura indiscriminata dei mercati. E vorrebbero evitarli
Il Wto è fallito
Avevamo ragione a Seattle
Monica Di Sisto
«E’ crollato, sì, è crollato». Come in un deja vu ieri a Ginevra, dopo nove giorni di estenuanti trattative si è ripetuta la stessa scena già vista alla riunione ministeriale di Seattle nel 1999 e a quella di Cancun del 2003. Le porte della Green Room , la stanza dove i ministri al commercio dei Paesi membri della Wto cucinano gli accordi più delicati, sono rimaste chiuse anche quando le chiacchiere sul fallimento erano diventate un frastuono assordante.
Questa volta, però, non sono stati i Paesi africani ad andarsene sbattendo la porta, come a Cancun, umiliati dall’arroganza con cui Usa ed Europa minimizzavano le loro preoccupazioni su una crisi alimentare e commerciale già grave, alimentata dalla concorrenza sleale di Stati Uniti e Cina sul prezzo del cotone e dei prodotti coloniali. Oggi a far saltare il banco sono i falchi di Washington, quelli che vogliono regalare al fotofinish a Bush figlio il traguardo che Bush padre aveva mancato, a precipitarsi in sala stampa.
L’India e la Cina, infatti, forti dei loro fatturati in crescita ma consapevoli dei rischi delle liberalizzazioni a tutti i costi, hanno opposto un secco “no” alla retorica e alle solite promesse di prammatica, prendendo la testa di tutti quei Paesi che, tra i 153 membri della Wto, erano sicuri di avere più da perdere che da guadagnare dalla chiusura di questo ciclo di negoziati.
Susan Schwab, la negoziatrice Usa che aveva spinto fino al margine del mandato del Congresso la sua offerta di taglio dei sussidi agricoli, ha detto a denti stretti ai giornalisti che le trattative «avevano preso una piega imbarazzante» e che non era «per sua scelta». E se n’è andata, senza aggiungere altro.